Le catene di Mario Draghi

Mario Draghi avrà anche deluso quanti aspettavano il taglio dei tassi, lasciati allo 0,75 per cento (il finanziere George Soros ha accusato la Bce di condannare l’Europa “a una lenta morte”), soprattutto guardando all’attivismo della Bank of Japan che ha varato un gigantesco stimolo monetario da 1.400 miliardi di dollari. Però secondo molti osservatori che non si fermano alle apparenze il presidente dell’Eurotower sta dilatando al massimo ciò che può la propria azione rispetto al freno dell’area Bundesbank presente nel board con tedeschi, olandesi e finlandesi, oltre a smentire abbastanza platealmente le prese di posizione dei governi germanocentrici su almeno tre questioni chiave: il credito nei paesi periferici dell’eurozona, il salvataggio di Cipro e il rimborso dei debiti della pubblica amministrazione italiana verso le aziende private.
21 AGO 20
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Mario Draghi avrà anche deluso quanti aspettavano il taglio dei tassi, lasciati allo 0,75 per cento (il finanziere George Soros ha accusato la Bce di condannare l’Europa “a una lenta morte”), soprattutto guardando all’attivismo della Bank of Japan che ha varato un gigantesco stimolo monetario da 1.400 miliardi di dollari. Però secondo molti osservatori che non si fermano alle apparenze il presidente dell’Eurotower sta dilatando al massimo ciò che può la propria azione rispetto al freno dell’area Bundesbank presente nel board con tedeschi, olandesi e finlandesi, oltre a smentire abbastanza platealmente le prese di posizione dei governi germanocentrici su almeno tre questioni chiave: il credito nei paesi periferici dell’eurozona, il salvataggio di Cipro e il rimborso dei debiti della pubblica amministrazione italiana verso le aziende private. Sul primo fronte il 2 aprile il presidente della BuBa Jens Weidmann aveva dichiarato che “è giusto e logico che le piccole e medie imprese dei paesi in profonda recessione paghino tassi d’interesse del 3-4 per cento più alti rispetto al Nord”. Un punto di vista talmente dirompente da far dire a Salvatore Bragantini, sul Corriere della Sera, che quelle parole “segnano nettamente le linee del campo di battaglia” sul futuro dell’euro, cioè un possibile break-up. Se davvero Weidmann intendeva tracciare quella linea, Draghi ha riportato la palla al di qua ripetendo come la recessione più lunga del previsto sia provocata proprio dalla stretta creditizia nei paesi mediterranei. Su Cipro ha censurato per la seconda volta il nuovo capo dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, fautore della tesi del prelievo sui depositi come modello da esportare.
Secondo Draghi la soluzione cipriota “non è brillante”, “non è un nodello” e Dijsselbloem “è stato travisato”. E quanto ai debiti da rimborsare alle aziende italiane, Draghi ha detto testualmente: “La misura di stimolo più importante che un paese possa dare è restituire gli arretrati, che in alcuni casi valgono diversi punti di pil’’. Questo dopo che il vicepresidente finlandese agli Affari economici della commissione di Bruxelles, Ollie Rehn, aveva bloccato il decreto chiedendo a palazzo Chigi di visionarlo in anteprima perché non portasse l’Italia a superare i limiti di deficit. Basterebbero solo quei tre passaggi, notano gli insider dell’Eurotower, per comprendere come Draghi si sia quasi spinto “a varcare le colonne d’Ercole” nel prendere le distanze dalla minoranza di blocco nel board Bce che fa perno intorno alla Bundesbank. Un’azione, aggiungono, che gli era venuta fluida per tutto il 2012, quando scavalcò anche un voto contrario di Weidmann, ma che adesso rischia per la mancanza di un’efficace sponda in Italia quale quella garantita l’anno scorso dal governo Monti. Allora, quasi giocando di rimbalzo con palazzo Chigi, il capo dell’Eurotower mise placò Lady Spread con il discorso di Londra (“Faremo tutto il possibile, e basterà”) e con lo scudo, condizionato sì, ma che Roma non ha mai chiesto potendo però beneficiarne come deterrente. La Bce non è la Bank of Japan, il cui governatore si presenta a fianco del nuovo primo ministro che lo ha scelto; non è la Federal Reserve, il cui presidente è indipendente e spesso di colore diverso dalla Casa Bianca, ma ne è nominato o confermato; non è la Bank of England, che ha libertà di stampare moneta. Non è neppure la Bundesbank, almeno non quella dell’era Merkel: Weidmann è un ex consulente della cancelliera e la sua scelta ha posto fine ai contrasti tra BuBa e Berlino quando governavano i socialdemocratici. Il rapporto di Draghi con i governi, e quindi la sua libertà di manovra nei confronti della Germania, dipende da chi e come è al potere a Roma, Parigi e Madrid. Quanto più si è indebolito Monti e la sua formula tecnica, tanto più si riducono i margini di Draghi. Ed un taglio di un quarto di punto dei tassi a Francoforte e la supplenza della politica monetaria contano molto meno del deficit politico a palazzo Chigi e all’Eliseo.